La buca
L’adolescente siede sullo scomodo sellino del motorino fuori moda e sfreccia verso casa.
Ha fretta di arrivare; non vi è ragione per la sua urgenza, solo la voglia di fare presto.
Si lascia alle spalle il cancello di ferro battuto del liceo davanti al quale un gruppo di coetanei fa capannello per aggiornarsi sugli ultimi avvenimenti della mattinata e da gas.
Le ruote del Garelli bianco mangiano l’asfalto mentre lei scivola tra le macchine ferme nel consueto traffico dell’ora di pranzo. I clacson suonano ostinati senza produrre alcun effetto sulla paralisi delle vetture davanti a lei.
La cacofonia dei rumori diventa melodia stonata.
Costeggia la via delle ambasciate dove bandiere colorate sventolano appese alle loro aste, imbullonate sui muri dei villini di inizio Novecento. Nel lato opposto un muro fa da confine ad uno dei tanti parchi della città; il profumo dolciastro dei fiori dei Tigli appena al di là della parete grigia penetra nelle narici.
Intanto la ragazza pensa: alla sua amica che vedrà tra poche ore, a sua sorella che è arrabbiata e non le parla da giorni, a sua madre che sta male.
Pensa anche al pranzo che l’attende a casa e all’amore, soprattutto all’amore.
I pensieri si muovono insieme affastellandosi tra loro; non riesce a concluderne uno che subito ne comincia un altro.
Attraversa la Nomentana, poco distante da dove è morto Rino Gaetano: rallenta appena, la strada è pericolosa. Superato l’incrocio, riprende velocità.
Incontra i san pietrini che rendono instabile l’equilibrio del suo bolide.
Sbarella di qua e di là sentendo l’aderenza delle ruote venir meno.
Riprende presto il controllo: si muove agile tra i ciottoli irregolari, quasi galleggiandovi sopra.
Altre immagini occupano la mente. Sorride muta. Un senso di euforia risale dallo stomaco fino alla gola.
Brividi corrono lungo la schiena in modo alternato, quasi fossero scosse.
Si scopre felice, di cosa non sa.
Sogna il futuro, progetta nella testa scenari possibili, immagina.
Il cuore si allarga e batte rapido.
Poi, senza preavviso, il muso del Garelli frana in picchiata; l’attimo dopo, mentre il manubrio risale la vetta, il retro si inabissa.
La ragazza non frena, lascia che le cose vadano come devono andare.
Sente il suo corpo sobbalzare violentemente senza poter agire alcun controllo. Sopra e sotto. Afferra con forza i comandi del veicolo, si aggrappa ad essi in cerca di stabilità.
Pensa che se riuscirà a mantenere il corpo ancorato al mezzo allora anche quest’ultimo resterà fedele all’asfalto.
E’ quasi certa di non farcela. Si vede a terra, ferita, forse morta. Ha paura.
Il motorino fuoriesce dalla buca e lei è intatta. Non è accaduto niente ma tutto è cambiato.
La fiducia in sé stessa, nel mondo, nelle strade di Roma.

Discendere per trascendere
Castellanza
Un nastro di ciottoli bianchi circonda le diverse sfumature di verde, ora più cupe, ora più accese. I frammenti di pietra chiara, minuti e irregolari, scricchiolano sotto le suole della piccola, minacciando il suo equilibrio precario. Lei però non ci fa caso; spinge il corpo in avanti e prende la rincorsa. Allarga le braccia e avvolge il vento; le sembra quasi di volare.
Ha fretta, la bambina: gli altri l’aspettano. Distesi sull’erba ancora umida della brina mattutina i cugini torinesi attendono il suo arrivo. Quando la vedono, sorridono. Lei fatica ad arrestare la corsa e quasi precipita tra loro. Poi finalmente frena. Insieme avanzano verso l’estremità del parco in cerca di rifugi da abitare, lontani dagli sguardi degli adulti. Son sforzi inutili. I grandi non li cercano, non sono interessati ai loro giochi. Meglio così, pensano.
L’aria è pungente; il caldo dell’estate ha lasciato il posto ad altri climi. Un brivido improvviso percorre il corpo della piccola; lei non sa se è freddo oppure gioia.
Raggiungono l’albero di cachi che con i suoi pomi arancioni anticipa il Natale. L’odore di marcio riempie le narici. Il cane Lady lecca avida da terra la polpa dei frutti esplosi. La bambina vorrebbe fare come l’animale ma si vergogna. Allora desiste.
Giocano al solletico; lei è la più piccola, può solo difendersi. Scappa e ride e ancora scappa. Leste però, le mani del cugino la raggiungono e la trattengono. È in trappola. Arriccia il corpo a mo’ di scudo, si piega in due, quasi a spezzarsi. Intanto lui muove le dita: esercito di piume sfiorano ovunque. Un ghigno di soddisfazione riempie il viso del ragazzino. Protesta, la piccina. Il brulichio le scorre sulla pelle mentre contrazioni involontarie scuotono il corpo. Lei non sa più se desidera sottrarsi o prolungare il gioco.
Poi vanno oltre: corrono insieme verso la cassapanca posta all’ingresso, là nella grande casa. Odor di muffa e legno bagnato si allarga ovunque, fino a bagnar la pelle. Afferrano l’altalena, una tavola di legno scuro legata a corde ormai consunte. Raggiungono il Cedro del Libano, al centro del grande parco e, servendosi del marchingegno costruito dai loro padri, la issano in alto. E’ ancora la bambina a prender campo. Si arrampica maldestra su quell’asse e attende che gli altri spingano. Lentamente, accade.
Il moto aumenta rapido, discesa e risalita prendono il ritmo. Avanza in alto, trattiene il fiato, sprofonda in basso, verso l’abisso. E intanto canta.

I tuoi occhi
Mi vedi?
tra le lenzuola attorcigliate al corpo color del latte
mentre la luce ferisce il sonno ed io che strizzo gli occhi ad allungar la notte;
tra le increspature delle mie rughe a ricordar di un tempo che mi sfugge,
di cui non mi capacito, rimango muta e aspetto.
Mi vedi?
Tra le pieghe dei ricordi che lentamente muoiono
lasciando atolli nudi nella mente.
Nei pertugi della carne, in quelle crepe sottilissime dove l’amore si è fermato
senza riuscire a muoversi.
Nelle sfumature di ogni mia parola, nei miei silenzi, in ciò che ormai non dico più ma sento.
In ciò che è morto e in quel che resta vivo.
Mi vedi?
24 maggio
Strappi i ricordi stratificati nel tempo
e lasci spazio bianco, ferita tra noi.
Precipito nell’oblio che annulla la presenza:
nessuno sguardo nel quale riconoscermi.
Il corpo non si fa più casa. Oscilla lieve
Sono davvero mai esistita o è stato solo un sogno?
La terra è arida oggi, non vi è vita tra le crepe di queste rocce,
solo arsura.
Mi scopro smarrita.
Non triste, non disperata: soltanto persa e non ancora ritrovata.
Ma questo è il luogo del nostro ritrovo, da qui devo partire per venirti incontro.
Andiamo oltre, insieme.


Vuoto
Mi spoglio lenta,
voglio guardarmi nuda:
sotto la pelle,
sotto,
sotto la carne, sotto le ossa
oltre,
dove risiede il tutto, dove non trovo nulla.

Dichiarazione
Bisbigli amore ma non ti sento:
non mi raggiungi, mi sfiori e basta.
Mi chiedi di restare, mi inviti a sceglierti.
Piano, troppo piano perché io possa udirti.
Professi che mi vuoi…
E allora giuralo, giuralo.
Non sussurrarlo, urlalo.
Sala d'attesa
L’uomo cammina avanti e indietro, indietro e avanti. Non parla, pensa; anzi, ricorda.
Punta i suoi occhi in basso, su una stesa azzurra solcata da altri passi. Orme su orme. Un lieve odore di disinfettante penetra le narici. Non è sgradevole, sa di pulito.
Più in là un gruppo di ragazze discute tra loro. La voce ruvida di una giovane donna gratta il suo udito. C’è qualcosa di scomposto in lei. L’uomo rimane interdetto. Prima, quando l’aveva guardata, muta e immobile, gli era apparsa quasi piacevole. Non bella ma attraente. Quel sorriso, ancora intrappolato sulle labbra ma pronto a schiudersi, gli era sembrato un invito appena sussurrato. Adesso invece prova repulsione. La voce sgraziata lo spinge lontano.
Toglie la giacca, ha caldo, ora. La piega senza cura e l’abbandona su una sedia. Prova ad imporre a sé stesso l’ordine di non dimenticarla. Conosce il suo modo di fare, il rischio è alto. La camicia stropicciata si appiccica alla pelle, quasi a sfregarla. Un moto di fastidio lo raggiunge, poi lascia perdere. Continua a camminare, come faceva allora; avanti e indietro, indietro e avanti.
È solo, l’uomo. Con lui non c’è nessuno; son tutti dentro. Lui invece no, lui non può entrare. Meglio così, pensa. Non ha nessuna voglia di scambiare inutili parole, oggi.
Un grido soffocato, da lontano, lo raggiunge. Cerca di non udire ma riconosce il timbro. Un brivido lo assale. Non vuol conoscere il dolore, sceglie di star distante. Guida il suo corpo un po' più in là, vicino alla finestra, e guarda fuori: solo cemento ad oscurar la vista. Un senso di desolazione lo assale. Ripensa alla città che ha eletto casa, ai suoi palazzi, alle fontane e alle sue piazze. Rivede le rovine che fan bellezza. Vorrebbe ritornare indietro, sciogliere l’intreccio degli anni e risalire il tempo. Non cambierebbe tutto, ma qualcosa sicuramente sì.
Prova a sedersi, poi si rialza, non riesce a stare fermo. La mente corre altrove, ed un vagito antico riaffiora alla memoria. Rivede sé, la moglie, e la neonata inerme. La piccola che lotta, che vuole vivere. I fili collegati a un corpo fragile, l’attesa di un domani ancora ignoto. Il panico lo invade: scaccia il pensiero.
Risente un urlo ma questa volta è voce che rincuora. Torna al presente, a lei che è viva e adesso lotta per dare vita, come la madre: i volti delle due si sovrappongono. L’uomo pensa al coraggio, a quello della moglie, e prova stima. Si domanda se ha mai saputo dirglielo, lui che con le parole ci sa fare. Teme di no, pensa di farlo, poi si ricorda che la donna è morta, non può sentirlo.
L’attesa è lunga e l’uomo detesta aspettare. È una resa di fronte alla vita, pensa. Il logorio lo invade. Sbuffa, si inquieta, non trova pace. Ha bisogno di fare qualcosa, qualsiasi cosa che interrompa questa immobilità che deforma la percezione del tempo. Lui odia la passività. Sua figlia è uguale.
Si dirige verso le scale ed esce, dimenticando la giacca là dove l’aveva lasciata. Ha voglia di aria, di luce vera, non quella impietosa del neon dell’ospedale, che rivela ma non consola. Tornerà più tardi, pensa.
Intanto la figlia partorisce, il nipote nasce e lui non c’è.

La danza
Sospesa,
rimango interrotta di fronte ad un vuoto che opprime,
intrappolando i sensi.
La percezione del nulla mi schiaccia verso il basso.
Non posso più attendere.
Il tuo silenzio mi precipita in un vortice che rimpicciolisce
la mia esistenza, fino a negarla.
Perché non parli?
Non riesco a sopportarlo.
Il tuo sguardo scivola lento, troppo adagio per me.
Arresti la mia corsa, placchi l’anima senza trattenerla.
Ed io reagisco, esplodo, combatto.
Ti provoco in cerca di una reazione.
Sfido i tuoi sensi, metto in mostra la carne.
Ma tu non ribatti: io avanzo e tu ti ritrai, più veloce di me.
Lo spazio tra noi mi appare infinito ed io mi vergogno.
Di me, del mio perseverare, del tuo retrocedere.
Vorrei potermi fermare adesso, nell’intervallo in cui ancora
tutto è possibile
Ma non so farlo.
Collasso e tu con me.
Quel tempo è ormai finito: domani te ne andrai,
entrambi lo sappiamo.
Ma adesso resta, ancora solo per un attimo.
